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01/06/2021

Il settore petrolifero tra “climate change” e “peak oil”



Il settore energetico è da tempo al centro di una profonda trasformazione, che sta via via cambiando il modello di business di molte società, anche alla luce della maggiore consapevolezza tra i vari stakeholders dell’importanza delle sfide legate al cambiamento climatico.

E’ importante ricordare come diversi anni orsono l’arrivo delle tecnologie di trivellazione orizzontale abbia permesso di aumentare significativamente la produzione di petrolio e gas naturale al punto di trasformare gli USA in esportatori netti. Al contempo, la crescente consapevolezza della sfida del cambiamento climatico e la prospettiva di una anche solo parziale sostituzione dei veicoli con motore a scoppio in favore di propulsori elettrici hanno convinto la maggioranza degli analisti ad aderire alla cosiddetta teoria del “peak oil”. Contrariamente a quanto si diceva negli anni 2005-2008 in questo caso ci riferisce al picco della domanda e non al picco dell’offerta (oggi si ritiene che nei prossimi decenni si raggiungerà, o forse è già stato raggiunto, il punto massimo della domanda aggregata di petrolio e quindi negli anni successivi il consumo della commodity andrà via via calando. Negli anni prima della Grande Crisi Finanziaria si parlava invece di picco dell’offerta di petrolio, per sottolineare al contrario la scarsità delle risorse naturali ed il costo marginale crescente di estrazione). Pur mantenendo un senso critico nei confronti degli acronimi di volta in volta più popolari a Wall Street, si deve riconoscere che anche grazie all’impulso della nuova amministrazione Biden, il tema del cambiamento climatico è tornato centrale e non può essere ignorato. Le vicende di cronaca che nella giornata del 26 maggio hanno coinvolto le 3 principali “Oil majors” Exxon, Chevron e Shell potrebbero rappresentare qualcosa di più di una semplice coincidenza e forse segnare un’ulteriore accelerazione verso un adattamento dei modelli di business. Mentre nel Vecchio Continente Shell ha dovuto prendere atto della sentenza del tribunale olandese che la obbliga ad accelerare ed espandere significativamente l’attuale piano di riduzione delle emissioni di Co2, sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico i vertici di Exxon e Chevron sono stati sconfitti nelle rispettive assemblee da azionisti ed attivisti che chiedono un impegno più significativo nella transizione energetica.

Riposizionare il modello di business è sempre complicato, specialmente per aziende di lunga storia e di grande dimensione, ma questa sfida presenta anche delle interessanti opportunità per creare valore per gli azionisti oltre che per gli altri stakeholders. Questo nuovo scenario del settore sta spingendo le aziende ad una sempre maggiore disciplina finanziaria che limita e razionalizza gli investimenti finalizzati alla crescita del numero di barili prodotti a favore del riposizionamento del business e del ritorno di cassa agli azionisti. Anche il consolidamento del settore a cui stiamo assistendo (tra le principali operazioni ricordiamo l’acquisizione di Noble da parte di Chevron a Luglio e quella di Concho da parte di ConocoPhillips ad ottobre) indica proprio una buona disciplina finanziaria. Le aggregazioni, infatti, sono avvenute principalmente con lo scambio di azioni, con premi valutativi molto contenuti rispetto a prezzi di borsa generalmente depressi. Il consolidamento ha permesso al settore di abbattere i costi, ridurre gli investimenti e migliorare il profilo finanziario dei piccoli player spesso tropo indebitati. Il contesto è certamente sfidante, ma le aziende che sapranno adattarsi potranno dare importanti soddisfazioni a tutti gli stakeholders, compresi quindi gli azionisti.